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In Italia il futuro c’è ma non lo vediamo

L’Italia si sa e ufficialmente entrata nella crisi economica, lo dice anche il nostro Governo, lo stesso che soltanto un anno fa affermava il contrario. Allora cosa fare ? Se la morte di Steve Jobs è stato il pretesto per rievocare i suoi più grandi proclami e cioè che le sconfitte servono per migliorare e che bisogna fare tutto quello che è nelle nostre capacità per perseguire lo scopo della propria vita. Ma non dobbiamo dimenticare che Steve Jobs nasce in America un paese in cui le buone idee vengono incoraggiate.

Ma è possibile che noi in Italia siamo destinati al fallimento ? Che dobbiamo pensare a mandare via i nostri figli dall’Italia ? Anche in Italia abbiamo Internet ma con costi e prestazioni da terzo mondo. Proprio nel recente workshop Ambrosetti di Cernobbio, il ministro dell’Economia Giulio Tremonti affermava che : “Ci manca un driver per lo sviluppo, come lo è stato l’automobile nel dopoguerra. Non vedo in giro modelli che funzionano”.

In sala erano presenti alcuni dei massimi rappresentanti dell’industria che ruota attorno alla rete: Paolo Bertoluzzo, amministratore delegato di Vodafone, David Bevilacqua che guida Cisco, e Pietro Scott Jovane, numero uno di Microsoft. Pensate agli sguardi increduli di questi illustri personaggi ma come può essere così cieco. Internet è sviluppo è proprio l’elemento che ha fatto la fortuna di tanti personaggi che ruotano attorno alla rete.

Proprio per far capire l’importanza della rivoluzione digitale a giugno il ministro Giulio Tremonti incontra l’executive chairman di Google, Eric Schmidt. Un recente rapporto dalla società di consulenza Boston Consulting: chiamato “Il Fattore Internet” è la foto di quanto il digitale pesi in Italia (31,5 miliardi di euro, circa il 2 per cento del prodotto interno lordo); e di quanto invece potrebbe contare nel 2015 anche in uno scenario prudenziale (59 miliardi di euro, pari al 4,4 per cento del PIL, con un tasso di crescita del 18 per cento).

Alla presentazione di “Il Fattore Internet” , era presente Carlo d’Asaro Biondo che da Parigi guida le operazioni di Google nell’Europa meridionale, orientale e nel nord Africa. Era lì proprio per far capire al nostro Ministro l’importanza della rete. Inutile dire che invece fu l’occasione per molti editori e operatori di telecomunicazioni per scagliarsi contro la presunta posizione dominante del colosso americano (“Quante tasse paga Google in Italia?” dirà ad un certo punto provocatoriamente il presidente esecutivo di Telecom Franco Bernabé e quella domanda peserà come un macigno sul dibattito).

Però quell’incontro lascia il segno nel nostro ministro, che vuole sapere di più ed è per questo che fu organizzato l’incontro con Eric Schmidt.

Tremonti dirà ad un amico fidato: “Ho finalmente capito che Internet può essere decisivo per il futuro dell’Italia, me lo ha spiegato uno importante”. Uno importante è mister Google.

E mentre il nostro premier chiama Google “Gogol” (conferenza stampa di villa Madama del 19 maggio 2010), al ministro gli viene proposto di aderire alla campagna del giurista Stefano Rodotà per far diventare l’accesso ad Internet un diritto costituzionale (articolo 21 bis); di censire l’effettiva copertura della rete a banda larga; e di organizzare una grande campagna di sensibilizzazione dei cittadini. Ma a Tremonti premono i conti pubblici e la soluzione la vede nella rete di nuova generazione per l’Internet superveloce.

Nasce così un articolo del decreto di fine giugno impensabile per l’Italia: aderendo all’Agenda Digitale Europea che recita “tutti i cittadini hanno diritto all’accesso ad Internet con una velocità di connessione superiore a 30 megabit al secondo e almeno per il 50 per cento al di sopra di 100 Mb/s (per capirci, oggi la velocità media è attorno a 3Mb/s, fanalino di coda europeo).

Affida al ministro dello Sviluppo Economico il compito di realizzare un accordo per una rete che comprenda tutte le nuove tecnologie disponibili (fibra, Wimax ed Lte il futuro per le reti cellulari). Purtroppo però questo progetto muore prima di iniziare perché non si sposa con i veri interessi del ministro Paolo Romani che sta lavorando ad un lungo accordo con gli operatori di telecomunicazioni mentre le televisioni continuano a godere dello stallo che rallenta il futuro e quindi prolunga la posizione dominante della tv.

Insomma quello che conta è che il testo viene stravolto e come afferma Tremonti : “Se l’articolo originale valeva 100, questo vale 20”. Meglio che niente, però.

Il punto fondamentale è far capire che il digitale non distrugge posti di lavoro ma li moltiplica. Un altro report redatto dalla società McKinsey afferma che per un milione di posti di lavoro distrutti dall’arrivo del digitale, quindici anni fa, ne sono stati creati 2,6 milioni. In Italia l’impatto è stato: 700 mila posti creati, 320 mila perduti. In Italia i numeri sono nettamente più bassi visto la scarsa volontà di piccole e medie imprese di investire sul digitale.

Anche il presidente dell’Authority per le garanzie nelle comunicazioni Corrado Calabrò, afferma che l’ICT e cioè le tecnologie dell’informazione e della comunicazione alla base del recupero di produttività per migliorare la concorrenza internazionale di un paese e per creare una nuova occupazione qualificata”

Inoltre afferma “C’è un mito che va riconsiderato: l’economia digitale non distrugge posti di lavoro: ne crea diversi. Al giorno d’oggi ncssun altro settore è in grado di accelerare in misura comparabile la crescita e lo sviluppo del Paese”.

Ma la politica sembra rimanere sorda, e mentre ci riempiamo la bocca con le frasi di Steve Jobs il paese rimane indietro, ed i giovani disoccupati aumentano. Intanto anche noi vogliamo ricordare una sua frase «Stay hungry, stay foolish»

[fonte dell’articolo]

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